I suoni rimangono sempre gli stessi
Spazzato via,
frastornato,
senza tregua.
I pensieri si confondono,
così tanti nomi differenti,
i suoni, sempre gli stessi.
Ed un desiderio devastante.
A volte ho sognato.
Messaggi dal mare oceano
Spazzato via,
frastornato,
senza tregua.
I pensieri si confondono,
così tanti nomi differenti,
i suoni, sempre gli stessi.
Ed un desiderio devastante.
A volte ho sognato.
Scivolo lentamente nelle parole che mi hai donato
Rintocchi ed accordi che si susseguono come albatri
Misura incandescente dell’esistenza che ci accompagna
Non ho giuste risposte per te
Non ho domande ardite per il ritorno
E rimango ad ascoltare senza sosta la tua presenza
L’incedere incantato del momento
Il caldo ipnotico che mi attanaglia
Ancora imperi del suono
Il tempo nuovo
E il canto sommesso di un vento antico
Sono un idiota.
E non ci posso fare davvero nulla.
Mi detesto, perché vorrei essere diverso, ma so benissimo che è solo un desiderio stupido, semplicemente perché non è vero e non è possibile.
Mi sono promesso mille volte di placare l’inquietudine che mi divora, che mi ha sempre divorato. Ma è una battaglia persa in partenza, ogni volta.
E sarà ancora così per lungo tempo, nonostante gli anni passino e la gente intorno a me cambi in continuazione.
Sono un idiota perché basta una canzone, di quelle che soltanto io posso andare a scovare, di quelle che non dovrei ascoltare, per tornare nuovamente ad essere preda delle stelle danzanti.
Ed immaginare mondi, luoghi della mente e della memoria che vorrei poter realizzare , ma anche semplicemente condividere, sapendo benissimo che non è più il tempo, non ci sono spazi, non esiste persona che riesca a seguirmi.
In fondo non importa, non posso cambiare la mia natura, non posso chiedere a me stesso di essere qualcosa di diverso da quello che sono.
Regina, la cantante dei Mira mi sta accompagnando con Passerby, e intanto mi domando chi altro al mondo potrebbe comprendere che cosa sia per me anche solo questa canzone fra mille.
Sono davvero un idiota, perché continuo a scrivere e so perfettamente che vorrei scrivere tutt’altro, e più vado avanti più sorrido comprensivo della mia bugia, del fatto che abbia questa istintiva necessità di scrivere, qualsiasi cosa, tranne quello che vorrei davvero.
Forse anche io alla fine sono cambiato, un tempo avrei scritto tutto quello che sentivo, forse la sfrontatezza della gioventù, forse la forza dell’inchiostro e della carta invece che la virtuale essenza di un blog.
Sono un idiota, ma se non lo fossi non sarei vivo, e non avrei mai vissuto veramente.
Ci sono piccole cose nella vita che segnano passaggi difficili da interpretare. Piccole cose come scambiare due battute con una cugina a cui si è affezionati, ma che si vede e si sente raramente per via della distanza.
Eppure poche frasi sul muro virtuale di un social network telematico possono davvero fare la differenza, magari non per tutte due le persone, ma sicuramente per me.
Lei ha 25 anni, un’età ancora splendida, in cui le promesse sono semplicemente polvere di stelle, ed il futuro un tempo dilatato, quasi infinito. Eppure, ed io dovrei saperlo veramente molto bene, intravedo nelle sue poche parole ombre e inquietudini che con 11 anni di più mi sembrano così effimere, se non del tutto incomprensibili.
Ma in realtà mi sto semplicemente illudendo, perché mi basterebbe aprire una qualsiasi delle mie pagine, o riavere per un attimo fra le mani una delle molte lettere che ho scritto negli anni, per rendermi conto che niente di quell’instabilità dell’anima può anche solo somigliare all’effimero.
La mia è un’età davvero strana. Sono come sospeso: non sono giovane, non più, non adesso, ma non sono nemmeno un adulto nel vero senso della parola. Nemmeno con un figlio di 9 anni. Siamo una generazione che non ha ancora capito come collocarsi nel tempo che scorre, abbastanza disorientata. O almeno è così che mi sento io.
A mia cugina ho detto che non è affatto importante che cosa farà, che non fa la differenza scegliere che cosa fare, dove andare, la vera differenza la fa vivere. Intendo dire vivere nel presente, assaporare ogni istante.
Niente cazzate come l’attimo fuggente o vivere come se fosse l’ultimo giorno. No, niente di tutto questo stupidame da film.
Semplicemente percepire il presente, sentire l’ora e adesso. Perché l’altro, l’oltre riescono solo a svuotare qualsiasi nostra esperienza, sempre e comunque rivolti al domani, sempre ingordi e incapaci di riempire i nostri vuoti. Per poi scoprire che quando il tempo manca per davvero, e prima o poi manca, banalmente perché un giorno sarà necessario sopravvivere senza aiuti, non abbiamo niente in dote su cui contare.
Aver vissuto aiuta a vivere, soprattutto nei tempi difficili, nei luoghi spogli, negli orizzonti claustrofobici senza prospettive.
Le ho detto tutto questo perché per mia fortuna, in alcuni fondamentali passaggi della mia vita, ho vissuto il presente, ed oggi senza questa consapevolezza forse sarebbe veramente dura, molto di più di quanto non sia in certi momenti.
I ricordi possono essere un peso devastante, se questi ci risultano falsi, distorti, sbiaditi e stravolti dal tempo che si è sedimentato. E tutto questo non c’entra davvero niente con la nostalgia, che non è niente altro che un effetto collaterale, a cui non c’è cura, ma passeggero, lieve.
Non è molto importante che il ricordo sia didascalico, anzi forse è meglio proprio che non lo sia. Ma è fondamentale che ci racconti la verità. Ed è forse per questo che scrivo, che ho sempre scritto, in passato addirittura senza date, proprio perché non aveva alcuna importanza in quale punto della mia vita qualcosa fosse accaduto.
Oggi, ma sicuramente anche domani e dopo, mi ritrovo periodicamente a rileggere quei passaggi, e soprattutto dopo un certo numero di anni è qualcosa che mi permette di afferrare meglio alcuni miei stati dell’anima.
Leggere qualcosa scritto da un ragazzo di 16 anni, dopo 20 anni, è come se mi permettesse di avere gratis il punto di vista di qualcuno che non sono propriamente io, anche se molto simile. Non c’è alcun prezzo per tutto questo. Mi ritengo fortunato per essere sempre riuscito, nello scrivere, a carpire quel senso di indescrivibile che si ritrova nelle cose, negli sguardi, nelle parole, negli attimi fra due persone, nei luoghi che passano veloci lungo la strada.
Ed è solo questo senso di indefinito che riesce a trapassare il tempo e trasmettere la consapevolezza che quelle cose sono state vissute davvero. Nel presente. E sono ancora lì, incredibilmente, dopo tutto quel tempo. Fanno parte di te e ti permettono di guardare al vivere del momento con molteplici occhi, senza avere la sgradevole sensazione di essere soli.
Io non mi basto, anche se spesso dico il contrario, e non mi basta nemmeno questo mondo, e mille altri in cui vivo, e non mi basta la frontiera. Ma tutto questo è sopportato perché mille altri mondi ho visto e vissuto, e lo posso percepire.
Non so come potrei sentirmi adesso se non avessi tutto questo. Quanto potrei arrendermi ai desideri. Fantasticare della vita. Osare la sfida. Recedere per sopravvivere. Entusiasmarmi per il sogno ardente. Affrontare il drago oceanico.
Non esiste la prova certa, ma sono convinto che qualcosa stia cambiando.
Lo sento nell’aria, ma sono certo che non sia niente che assomigli nemmeno lontanamente a quello che in questo periodo storico è il cambiamento in atto.
No, la crisi, anzi la Crisi, non c’entra davvero niente. Ciò che sta cambiando è altrove, e sfugge anche alla mia comprensione .
A volte mi domando anche se posso in qualche modo pensare di afferrarne il significato, ma credo che sia solo una mia illusione.
Illusione, un’altra parola che nel mio immaginario porta con se un fascino potente, irrinunciabile. Non ho mai capito perché abbia per la maggior parte delle persone un’accezione negativa, come qualcosa da cui fuggire, qualcosa di pericoloso.
L’illusione è pericolosa solo se ci rende schiavi, oppure se la ricerchiamo per trovarvi rifugio. In genere rifugio da noi stessi.
L’illusione è una fonte primitiva a cui non riesco a rinunciare, perché si accompagna di visioni, di desideri, di passioni. Perché la sua essenza effimera mi rende instabile, e solo in questo modo sento di ritrovare la mia vera natura.
L’illusione è il viaggio, è la forza motrice del mio incedere, nei passaggi più difficili, fra i varchi più nascosti. E sinceramente non mi interessa nemmeno molto che le mie illusioni siano in qualche modo reali o se semplicemente svaniranno senza lasciare alcuna traccia.
Ho sempre pensato che la cosa veramente importante sia vivere le illusioni. Viverle fino in fondo. Non riesco a trovare altro modo per riuscire ad andare oltre le invisibili barriere del reale, dello stanco e incerto reale.
Il reale, un’altra prigione fatta per la schiavitù di chi vi si rifugia, anche in questo caso per fuggire da qualcosa. Senza comprendere che nemmeno in questo modo si riesce veramente a fuggire. Perché fuggire è un’arte antica, raffinata, senza compromessi e che necessita per chi la pratica una grandissima dedizione, senza incertezze.
Fuggire non è qualcosa che si inventa, si improvvisa, fuggire vuol dire avere una ragione alle spalle degna di questo nome, una sfida da cui è necessario recedere, per la propria stessa sopravvivenza. La volontà di cercare un luogo altro, dove perseguire ancora il proprio disegno.
Il reale. L’illusione. La fuga.
E la sfida. Il viaggio infinito per arrivare sempre alla frontiera, l’unica meta per cui valga veramente la pena vivere. Ed una volta raggiunta la frontiera, oltrepassarla, osservando ed apprendendo, mutazione aliena.
Il prossimo passo.
E quello dopo.
Marzo.
Il vento, i pomeriggi assolati, le promesse del tempo che verrà.
Ancora Marzo.
Percorro sentieri osservando traiettorie ed arabeschi all’orizzonte.
Voltarsi e scorgere la tua presenza.
Indugiare al limitare del mondo.
Ancora vento di Marzo.
Tutto cambia nel breve volgere di parole solo immaginate.
Il volo delicato dell’estasi.
Bagliori di una melodia.
Il tempo non scorre sempre allo stesso modo. Probabilmente è un’affermazione banale, me ne rendo conto, ma non posso fare a meno di stupirmi ogni volta che mi capita di constatarlo.
La stessa sensazione di meraviglia la provo tutte le volte che mi capita di ritrovare qualcosa che pensavo dimenticato. Forse “dimenticato” non è l’aggettivo giusto, perché in realtà in questi casi non ho nemmeno la consapevolezza di aver perso per strada qualcosa.
Così accade che per gli strani accadimenti della vita, d’un tratto ci si ritrovi a confrontarsi con una versione di sé stessi datata di molti anni, con un ragazzo di cui si è perso il contatto da tempo.
Lo scorrere degli anni per qualche istante non sembra avere più lo stesso peso, la stessa consistenza, osservare a 35 anni qualcosa avvenuto vent’anni prima non sembra più limitato ad un vago ricordo di avvenimenti.
Da qualche parte, sopra l’arcobaleno.
Senza rendersene conto è come aprire un vaso di Pandora; lo stupore di fronte alla quantità interminabile di particolari che tornano alla mente, troppi anche solo per immaginare che potessero essere ancora così integri e numerosi. E quel ragazzo non è più qualcun altro, diventa improvvisamente una parte di te che è sempre rimasta lì. Sei tu, sei solo più vecchio, ma sei tu. Perché non è possibile che quel groviglio di immagini, sensazioni, volti, luoghi, sia in grado di colpirti così violentemente, tanto da domandarti se sia davvero tutto a posto, se non sia rimasto qualcosa in sospeso da allora.
Ho l’impressione che esista un meccanismo automatico della nostra mente che di volta in volta, al passare del tempo, impacchetti il nostro mondo, i ricordi, e li comprima mettendoli chissà dove. Nel mio lavoro lo chiameremmo il “Garbage Collector”. La verità forse è che non è vero che dimentichiamo il passato: dimentichiamo dove abbiamo messo il passato, ma lui è ancora lì, in qualche corridoio del nostro pensiero, in attesa semplicemente che prima o poi si torni nuovamente di fronte allo scaffale dove li abbiamo risposti.
Esattamente come le mie Smemorande datate fine anni ’80, inizi anni ’90. Sono sempre lì, da anni, in mansarda, nemmeno troppo fuori mano. Eppure tutte le volte che ci passo davanti, quelle poche che mi reco su all’ultimo piano di casa, non le degno nemmeno di uno sguardo, forse non le “vedo” nemmeno, come se ormai facessero parte dello sfondo, come un muro, i mobili, il soffitto. Eppure se le tocco, se le apro, esattamente come ho fatto oggi, mi rendo conto che sono ancora le stesse di allora. Riconosco me stesso in quelle pagine scritte, nonostante tutti questi anni, ma soprattutto ricordo come se fosse accaduto ieri il perché di ogni parola, gli avvenimenti, le persone.
Non sono andato molto avanti. Ma forse anche questa constatazione è sbagliata in partenza, perché parte del presupposto che sia strettamente necessario essere per forza andato avanti, senza nemmeno dare una spiegazione plausibile a che cosa significhi andare avanti. E poi perché deve essere necessario andare in una particolare direzione, perché non deve essere altrettanto giusto muoversi in altri sensi.
Forse mi ribello a questo stato delle cose perché in fondo non mi vedo così sbagliato a 16 anni, forse, come mi ha detto qualcuno, allora ero già più maturo della mia età anagrafica.
Non lo so, non sono nemmeno certo di credere a questo. Perché se fosse vero allora mi domando, senza riuscire a darmi una risposta, perché mi sento come se mi avessero dato uno schiaffo. Perché ho la netta sensazione di aver perso qualcosa, di non aver fatto tutto quello che avrei potuto fare, di essermi voltato prima di aver veramente fugato ogni dubbio.
La verità è che non ha senso provare a dare queste risposte, perché dopo vent’anni sarebbero le risposte di un trentacinquenne, e non quelle che mi sarei dato allora, e non ho nemmeno la sicurezza che quelle risposte me le sia già date da tempo, ma che semplicemente siano in qualche corridoio da cui non sono ancora passato.
Se però scavo più a fondo, scopro che tutto questo è legato al trovarsi di fronte, per la prima volta nella mia vita, qualcosa che torna dopo così tanto tempo, qualcosa che mi fa capire che di tempo ne è passato davvero molto, ed è una consapevolezza nuova, per qualcuno abituato per motivi anagrafici a pensare alla propria vita come ancora relativamente breve. Non ho più pensato ai miei 16 anni semplicemente perché per me erano ancora lì, dove sono sempre stati, come le Smemorande, ovvero qualcosa che avevo messo su uno scaffale qualche giorno prima.
Ed invece mi rendo conto che il tempo è trascorso con una velocità sorprendente, e, come in autostrada, ho la sensazione di essermi concentrato sulla striscia d’asfalto di fronte a me, sull’abitacolo e sullo stato di funzionamento dell’automobile, ma lo sfondo, tutto ciò che sta oltre l’autostrada, è passato come un caleidoscopio di colori al limitare del campo visivo.
Mi scopro così legato a quegli anni, alle persone che mi sono scelto come amiche, a quella timidezza che in qualche modo mi porto ancora dietro, e che a volte ha causato negli altri come una sorta di soggezione, e quanto mi fa sorridere questa rivelazione, io che mi sono sentito spesso come un idiota che non sapeva relazionarsi in maniera decente. Un ippopotamo in un negozio di cristalleria.
Da qualche parte, sopra ed oltre l’arcobaleno, c’è un luogo che è difficile da comprendere, perché il tempo ha un significato diverso, dove è persino difficile capire i sentimenti semplici ed immediati della vita quotidiana, perché non esistono la nostalgia o l’appagamento, il rimpianto o la soddisfazione, esiste qualcosa di più diretto che ti prende direttamente allo stomaco, lasciandoti però quella freschezza della primissima gioventù che rischia di essere dimenticata.
Forse avrei dovuto capire prima che è salutare farsi qualche giro in più per i corridoi della memoria, capirlo da quando ho un figlio e sono tornato in contatto con il me stesso di Sesto Fiorentino rivedendomi nel sorriso e nei giochi del bambino che ora dorme nell’altra stanza.