27 febbraio 2006

L'Europa non esiste

Sono stato sempre un europeista convinto. Se possibile oggi lo sono molto di più: l'azienda dove lavoro da qualche mese è compartecipata da un colosso francese del settore, un'ottima azienda guidata da persone valide, di respiro internazionale. Questo nuovo arrivo ha portato in questi pochi mesi una ventata di nuova linfa, nuovi metodi di lavoro, soprattutto attenzione alla qualità, e a quanto sembra una certa attenzione all'etica. Non esiste qui in azienda un timore verso lo "straniero", anche perchè non sono venuti da conquistatori se è questa la paura diffusa, sono venuti da collaboratori: nessuno dei vecchi se n'è andato, semplicemente sono arrivati un paio di dirigenti francesi a rimpinguare l'organico. Una bella esperienza fin'ora, non c'è che dire.

Ci sono altri francesi invece che stanno contraddicendo in pieno tutto quello che faticosamente fino ad oggi l'Europa, come soggetto politico-economico, ha tentato di costruire. Il governo francese per mantenere il controllo casalingo su una grande e storica public utility, sta stravolgendo tutte le direttive europee sulla concorrenza, pur di evitare che Enel ne prenda il controllo. E la stessa cosa sembra stia cercando di fare il governo spagnolo per cercare di evitare più o meno la stessa cosa da parte di un'altra grande public utilty tedesca.

L'Europa non esiste. E purtroppo credo non esisterà mai. Il primo grande fallimento è stato quello della Costituzione, in cui è stato completamente disatteso l'obiettivo di una vera assemblea costituente dei popoli. Ma il vero errore, che forse a ben pensarci errore non è, è stato quello di creare prima di ogni altra cosa l'Europa delle banche e dei banchieri, l'Europa dell'elite finanziaria. Un'Europa lontana da tutti noi che ne siamo gli abitanti, un'Europa dei moderni oligarchi.

Ogni giorno che passa mi sento sempre di più un cittadino senza cittadinanza.

08 febbraio 2006

Confini

A volte mi chiedo se esistano più confini. Ci sono momenti in cui credo che tutto ciò che recitiamo ogni giorno sia solo il frutto di uno stanco trascinarci.

Mi domando spesso se la mancanza di orizzonti inesplorati, di confini lontani e non ancora raggiunti, ci renda così maledettamente piatti, bidimensionali. Sono stanco, una parte di me è davvero molto stanca, spossata, come se volesse scivolare in un grande sonno, dorimire un milione di anni e risvegliarsi in un altro tempo, quando avremo nuovamente la forntiera inesplorata.

Stiamo lentamente morendo e facciamo finta di nulla, come se non ci riguardasse. Io per primo. Non ho nessuna intenzione, nè voglia di stare ad ascoltare i profeti delle nuove verità, di color che ci esortano ad aprire gli occhi, di guardare oltre. Perchè non esiste un oltre, non esiste una nuova verità, una nuova vita.

Esistiamo da tempo immemore e siamo quello che siamo, ogni singolo istante che è trascorso dalla notte dei tempi ad oggi ha contato, e noi non possiamo sfuggire alla nostra realtà. Eppure è quello che tentiamo di fare ogni giorno, nel nostro modo di vivere senza prospettive. A volte lo sento come un serpente silenzioso, un drago oceanico che si muove nell'abisso, dove la luce non riesce a penetrare, un luogo di cui riesco solo a percepire un movimento, lento, quasi impercettibile, eppure terribilmente presente. E ho quasi l'impressione che tutti bene o male lo avvertano, ma che lo tengano alla larga dai loro pensieri coscienti. In fondo sappiamo tutti che questo pianeta ormai ci va stretto, ma continuiamo a raccontarci storie vecchie di anni, a cui nemmeno i nostri nonni probabilmente credevano. Nonostante tutto continuiamo a raccontarle, quasi fosse un rito medianico, come se volessimo rincuorarci l'un l'altro sul nostro destino.

Non riesco a guardare il mondo con occhi d'incanto, non riesco a fingere con me stesso di essere il guascone toscanaccio che in molti conoscono. Non riesco a considerarmi come mi mostro. Nonostante sia io a tutti gli effetti. Ciò che io vedo, rimane celato a me stesso, come esiliato in una torre del potere, un obelisco isolato eretto da uomini per la gloria degli uomini stessi, eppure lasciato in rovina, dimenticato e forte, inerte e solido. Intorno vento salmastro a scuotere corde dell'anima che arrecano un dolore sordo, incostante, che prende alla gola. Osservando oltre la bifora, aggrappato a scampoli di marmo, cerco di osservare oltre il visibile. Prigioniero so che non raggiungerò mai quei luoghi dove nuovamente, al termine, riuscirei a sentirmi inerme nel grembo del mondo. Un mondo alieno, dove la paura primordiale dell'ignoto, il senso di inadeguatezza di fronte al potere degli Dei, mi renderebbe essere umano nell'universo che ci è dato.

Oggi, questi confini mi relegano all'esistenza artificiale della commedia delle parti.